Una, nessuna e centomila

Care Lettrici,

in questi giorni così faticosi, pieni di pensieri e di paure credo che l’energia femminile sia il tipo di energia di cui ha bisogno il mondo in questo momento.


Molte volte le richieste che ci arrivano sono davvero estenuanti: siamo chiamate a ricoprire più ruoli durante l’arco di una sola vita e, quasi sempre, questi ruoli si sovrappongono durante una sola giornata che, alla fine, ci vede esauste e confuse.


Per nostra fortuna abbiamo l’attitudine naturale a metterci in cerchio, ovvero a relazionarci e raccontarci, a condividere con le altre donne i nostri pensieri e le nostre emozioni. E in questo periodo così incerto credo che sia una delle risorse più ricche che abbiamo per affrontare ciò che si prospetta nei prossimi mesi.


“Il salotto di Sarah” può, in questa fase, rappresentare un cerchio virtuale per noi tutte. Da quando Sarah mi ha chiesto di far parte di questo suo spazio di condivisione, ho pensato molto a cosa proporre e in che modalità farlo. Le sue parole, così piene di entusiasmo, mi hanno portato alla mente il rito della tenda rossa.

Lo conoscete ? Sapete cos’è?


Il rito della Tenda Rossa è una pratica, diffusa in numerose etnie, che vedeva le donne di una stessa famiglia o clan raccogliersi in un luogo intimo e protetto, per scambiarsi consigli e condividere esperienze di vita.

Ho pensato a che posto avrei potuto occupare in questa tenda (che per Sarah è un salotto, ma nella mia mente ormai è diventata una tenda fatta di calore, voglia di conoscenza e priva di giudizio).


Mi sarei seduta sulla mia solita poltrona da Terapeuta? Ho deciso che in questo progetto mi sarei messa in gioco in una veste diversa. Così ho iniziato a riflettere a quanti posti e quanti ruoli ho dovuto cambiare e modificare nella mia vita: da figlia a madre, sorella, compagna, moglie, amica, dottoressa, collega.

Per stare comoda nel mio posto nel mondo.

Ancora oggi lavoro ogni giorno per poter integrare tutti questi ruoli, e con essi i loro stessi posti.

Si perché ho imparato dalla Psicologia e dall’esperienza terapeutica, che l’unica salvezza per stare bene con se stessi e con gli altri è saper integrare le parti di noi, quelle che ci piacciono e quelle che mal sopportiamo. E per questo dobbiamo fare i conti con noi stessi, ma anche con questa società che spesso ce li mette in contrasto gli uni con gli altri, e ci confonde.


Mi è così venuto in mente un libro molto interessante che ho letto di recente: “Le dee dentro la donna” in cui l’autrice, una famosa psicoanalista junghiana, attinge alle figure delle dee dell’antica Grecia per raccontare le diverse sfaccettature dell’animo femminile e parlare delle tante donne che abitano dentro la donna.


Le dee greche sono immagini di donne vissute nella fantasia umana per oltre tremila anni, che rappresentano ciò che le donne sono. Agiscono sulla base dei loro interessi e sono diverse l’una dall’altra. Ognuna di loro ha tratti positivi quanto potenzialmente negativi. Esattamente come noi, anche le dee greche vivevano in una società patriarcale dove a regnare erano le divinità maschili. Le dee si adattavano a questa realtà ciascuna a proprio modo.


Ogni dea simboleggia un archetipo del femminile. Quante dee sono dentro ognuna di noi? Vediamole insieme.


La sorella Artemide, coraggiosa e fiera, dea della caccia, intraprendente, autonoma e competitiva. Sorella gemella di Apollo, dio del sole. Artemide, armata di arco e frecce, va dritta come un treno verso il raggiungimento dei suoi obiettivi, perché per lei ciò che più importa è la realizzazione personale.


La zia Estia, dea del focolare, simboleggia la sensibilità. Estia è una dea che rappresenta una donna molto riflessiva, per lei la casa è uno spazio ricco di significati, che va protetto e curato, come la sua interiorità e spiritualità.


La saggia Atena, figlia di Zeus e sua erede, dea della guerra e delle strategie militari, non si lascia sopraffare dagli eventi e per questo personifica la dea della saggezza. Senza girare troppo intorno alle cose, la dea Atena raggiunge i traguardi sperati e non perde mai la concentrazione verso i suoi obiettivi. Rappresenta tutto ciò che è intelletto.


La moglie Era, consorte di Zeus. Per lei la relazione di coppia rappresenta la forma di realizzazione personale per eccellenza e il partner diventa la sua priorità, ciò che viene prima di ogni altra cosa, per il quale è disposta a tutto. Ogni donna si connette con Era quando da importanza al proprio rapporto di coppia.


La madre Demetra, dea della Terra. Per Demetra avere un figlio è la più grande aspirazione. E’ la dea che accoglie, che dona la vita e rappresenta la funzione materna.


La figlia Persefone, la dea della giovinezza. Persefone, figlia di Demetra, è ancora giovane e inesperta, sempre indecisa, preferisce che siano gli altri a decidere per lei perché non riesce a prendere decisioni autonome. E’ un archetipo che simboleggia il processo di maturazione che ogni donna vive quando decide cosa vuole fare della propria vita, poiché nel mito da fanciulla diventa donna maturando grazie ad un processo evolutivo che la farà diventare dea del regno dei morti e moglie di Ade, dio del regno dei morti.


L’amante Afrodite, dea della bellezza che rappresenta la forza della passione, spinge all’intimità e al cambiamento.


Una donna attraversa molte fasi nella vita, ognuna delle quali può essere dominata da una o più dee, ma può anche accadere che uno stesso modello di dea governi fasi diverse.


Ecco, più che concentrarmi su quale dea sento vicina vorrei invece riflettere su come poter accogliere tutte queste dee dentro di me.


Una, nessuna e centomila dee.


In questo momento storico sento il bisogno di confrontarmi con ognuna di loro e attingere dalle loro esperienze per poter al meglio sopravvivere a ciò che in questi giorni ci sta accadendo. Anche perché includere tutta la mia intera complessità di essere umano e di donna in una categoria solamente non fa altro che rispondere a quelle richieste culturali che sento spesso come opprimenti e riduttive.


Vorrei, per esempio, imparare da Artemide a non sentire quel bisogno che sia qualcun altro a dovermi completare. Questo non vuol dire rinunciare ai legami come Artemide (la quale rimase vergine senza instaurare una relazione sentimentale), ma imparare a dare ai legami il giusto peso, il giusto spazio: vuol dire non affidare agli altri la responsabilità della nostra felicità e diventare noi stesse la nostra priorità. Il sentirmi utile quando sono di aiuto presuppone che io impari a prendermi anche cura di me stessa, ritagliandomi spazi che siano solo miei: questo mi insegnerà Artemide, sempre pronta ad aiutare senza perdere mai se stessa tra gli altri.


Da Estia voglio imparare a guardare le cose che accadono al di fuori con la giusta distanza. Restare, come lei, una donna riflessiva che sa ascoltare e accogliere l’altro, saper creare rapporti profondi che durano nel tempo. Richiamare Estia mi aiuterà a comprendere che la sensibilità, da sempre vissuta come un ostacolo, è in realtà una risorsa che ci mette in contatto con gli altri, imparando quindi ad ascoltarli. Apprezzan